Tempi, costi e qualità delle procedure. L’equilibrio fra semplificazione e regolazione nei dati della Banca Mondiale

Pubblicato il
11 Luglio 2018

In letteratura il dibattito sull’influenza della qualità istituzionale è spesso concentrato sugli effetti economici, tralasciando in molti casi i risvolti non economici relativi agli individui e alle comunità.

Un esempio riguarda gli oneri regolatori: se da un lato il loro eccesso è ritenuto uno degli elementi principali dello svantaggio competitivo di un Paese, dall’altro i loro effetti sociali non godono ancora di una rilevanza percepita molto diffusa. Così, quando ci si confronta con il dualismo storico fra semplificazione e regolazione, non è raro che la prima prevalga come approdo favorito rispetto alla seconda. Ciò soprattutto perché, non di rado, la semplificazione è percepita più come fine che come mezzo per garantire una più agevole tutela e qualità dei rapporti (materiali e immateriali) fra istituzioni, imprese e cittadini.

Tuttavia gli studi e le analisi degli ultimi anni sembrano tracciare un percorso nuovo, con una certa attenzione tanto al tema della competitività quanto a quello sociale.

Prendendo in considerazione alcuni degli ultimi rapporti della Banca Mondiale appare evidente che questa nuova visione comincia ad avere un suo spazio significativo. Nell’ultima edizione del Rapporto Doing Business, ad esempio, di cui si è già parlato in un precedente approfondimento, l’approccio al tema dei tempi, della qualità e dei costi delle procedure assume un valore non solo in termini di competitività, ma anche di impatto sociale.

Nello specifico, se ad esempio si guarda ai “permessi a costruire” richiesti da un’impresa (Dealing with Construction Permits), sia la dimensione economica che quella sociale sono direttamente riconducibili ai risultati mostrati.
Così i 27,5 giorni di attesa per ottenere un permesso in Korea o gli 81 giorni degli Stati Uniti evidenziano condizioni di un contesto competitivo certamente molto diverso rispetto a quello dell’Italia (227 giorni) o del Brasile (434 giorni).

Allo stesso modo anche la variabile costi (economici e sociali) influenza con molta probabilità le decisioni di un imprenditore che intenda investire negli Stati Uniti (con un costo della procedura analizzata pari allo 0.9 per cento rispetto all’investimento realizzato), piuttosto che in Brasile (0.8 per cento) o in Italia (3,4 per cento) o in Korea (4,4 per cento).

In ultimo il cosiddetto indice di qualità dei controlli: la qualità delle norme edilizie, la qualità prima, durante e dopo la costruzione e i regimi di responsabilità e certificazione professionale costituiscono ulteriori tasselli di valutazione che non intercettano soltanto un tema competitivo, ma un tema di vero e proprio impatto sociale. In questo caso, ordinando i Paesi su una scala da 0 a 15 (laddove i valori più elevati mostrano maggiore attenzione alla qualità costruttiva), l’indice di 8 punti della Korea o di 9 punti del Brasile evidenziano non solo una differenza nella qualità costruttiva, ma una minore attenzione alla sicurezza e al rapporto con cittadini e territori rispetto ad altri Paesi collocati su gradini superiori come Stati Uniti (10 punti) e Italia (11 punti).

Da queste poche informazioni di sintesi è evidente che indicatori quantitativi (numero di procedure, tempi e costi) da soli non sembrano più sufficienti a restituire una dimensione di qualità di una procedura regolatoria o, almeno, non da una prospettiva complessa in grado di unire alla competitività anche le dimensioni di sicurezza pubblica, salute, impatto territoriale e sociale. Il concetto di distanza dalla frontiera contenuto nel Rapporto analizzato tende a superare tale frammentazione e ad attribuire una visione organica fra impatto economico e dimensione sociale.

Tale misura, combinando su una scala da 0 a 100 tutti gli ingredienti analizzati, restituisce la dimensione complessiva di qualità amministrativa rispetto alla migliore pratica mondiale sul tema (la frontiera appunto).

Ecco che fra i Paesi presi in considerazione fin qui, il Brasile risulta il più distante dalla frontiera (49,83), mentre l’Italia (che fra il 2017 e il 2018 ha fatto registrare un lieve miglioramento) si attesta a 67,3 punti. Meno distanti si confermano invece gli Stati Uniti (75,8) e la Korea (77,7). E la frontiera? Con il punteggio più alto, la Danimarca rappresenta il miglior esempio mondiale nel giusto equilibrio fra semplificazione e regolazione (almeno per la dimensione analizzata dei permessi a costruire), mentre l’Afghanistan (22,5) il caso più critico.

Questa rappresentazione complessiva mostra che una buona regolamentazione aiuta la dimensione sociale oltre che economica (per esempio protegge da pratiche di costruzione difettose, rafforza i diritti di proprietà, contribuisce alla formazione del capitale ecc.), ma procedure troppo complicate e costose portano le imprese a procedere senza permessi o incidono sull’incremento delle pratiche corruttive. Allo stesso modo una regolazione eccessivamente scarna determina una dimensione sociale maggiormente a rischio, oltre che una competitività economica con una scarsa visione di sviluppo e crescita.

Dove si colloca, dunque, il punto di equilibrio fra semplificazione e regolazione? La risposta è, probabilmente, in una giusta combinazione fra competitività e dimensione sociale. Tale scenario evidenzia come la relazione fra semplificazione, buona amministrazione pubblica e competitività dei territori non può essere più inquadrata nel solo ambito legislativo, ma necessita di una visione più ampia, inclusiva di capitale sociale e fiducia e con interventi in grado di agire contemporaneamente tanto sul lato strutturale della pubblica amministrazione (organizzazione, risorse, competenze), quanto sul lato funzionale (strumenti e procedure).